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venerdì 7 giugno 2013

Jordanita sp.

Jordanita sp. (per lo meno quella in basso).
Tra le bestie Gioiosane vantiamo la Jordanita sp., falena appartenente alla famiglia Zygaenidae, sottofamiglia Procridinae. L'esemplare in basso è un maschio, identificabile dalle antenne a pettine. 
I particolari delle antenne permettono di distinguerlo dalla simile Adscita sp. 

Fonti & approfondimenti:
  1. Natura Mediterraneo (differenza Jordanita sp - Adscita sp)
Foto:
Tindaro Buzzanca

mercoledì 29 maggio 2013

Eresus Kollari

Maschio di eresus kollari.
Tra le bestie temibili dell'outback gioiosano s'annovera l'eresus kollari: un ragno dalle dimensioni di un gatto in sovrappeso e dal morso letale. Difatti, in media, dieci gioiosani all'anno passano a miglior vita per il suo morso.

Ovviamente è tutto falso (tranne la presenza del ragnetto attraente nella campagna di Gioiosa). Prende il nome dalla città greca Ereso, nell'isola di Lesbo. E' anche noto come ragno coccinella - per ovvie ragioni. A volte vive in colonie abitando gallerie terricole profonde fino a 10 cm. Predilige terreni sabbiosi, caldi e secchi. Solo il maschio è in technicolor e ha dimensioni variabili tra gli 8 e gli 11 mm. La femmina, circa due volte più grande, è di colore nero con striature grigie. Ci si imbatte in questi ragni nel periodo riproduttivo (da Primavera ad Autunno, a seconda delle specie) quando i maschi se ne vanno a spasso in cerca delle femmine che, pigre, li aspettano a casa.

Dicono sia sensibile all'inquinamento. In Inghilterra e Germania è considerato a rischio di estinzione.

Fonti & Approfondimenti:

Foto: Tindaro Buzzanca.

domenica 3 febbraio 2013

San Biagio

Il 3 Febbraio la chiesa festeggia la giornata dedicata a S. Biagio, protettore della gola. 
Secondo la leggenda, Biagio, un medico, nominato vescovo dalla sua città, fu imprigionato e condannato dai Romani per la sua fede Cristiana. Durante la prigionia compì diversi miracoli e per punizione fu torturato con pettini di ferro. Si ricorda, in particolare, il miracolo del bambino che, sul punto di soffocare a causa di una lisca di pesce, fu salvato dall’intervento del Santo. E’ da questa parabola che prende spunto la liturgia celebrata il 3 Febbraio dove i sacerdoti benedicono le gole dei fedeli accostandovi due candele incrociate.
Nella frazione di Francari di Gioiosa Marea a S. Biagio è dedicata una chiesa dove solitamente si festeggia “a candirola” (nome derivante dalle candele consacrate) celebrando questo rito tradizionale con la benedizione della laringe e la distribuzione del pane benedetto. 

Curiosità: gli anziani del luogo raccontano che, quando arrivano i temporali, bisogna accendere le candele benedette in onore di S. Biagio per far allontanare tuoni e fulmini.

Fonti: anziani del luogo & wikipedia.

domenica 24 aprile 2011

Pasqua, tradizioni di campagna

La Pasqua, principale festività del cristianesimo, celebra la risurrezione di Cristo. Pasqua è quindi la festività del ritorno alla vita. Per questo motivo i simboli pasquali sono simboli di nascita, di vita nuova (l'uovo ne è un esempio).

Quali sono i simboli della Pasqua nella tradizione contadina gioiosana? Ancora molto diffusa è "a cuddura/vastedda cu l'ova", ovvero una grossa ciambella o pagnotta tipicamente contenente dalle due alle quattro uova cotte contemporaneamente col pane.
"A cuddura cu l'ova", in verità, veniva preparata anche in periodi lontani dalla Pasqua perché si prestava ad essere trasportata dal contadino durante la giornata lavorativa, ma è comunque considerata tipica del periodo Pasquale (per esperienza personale, "a cuddura cu l'ova" si presta ad essere trasportata pure dallo studente universitario che, tornando a casa la sera, in due minuti mette assieme sale, olio, limone e uova, il pane c'è...e la cena è pronta).

Frugando nel passando troviamo anche una tradizione ormai estinta ma in uso, tra fidanzati, fino agli anni cinquanta. Il Sabato, vigilia di Pasqua, "u zitu" (il fidanzato) con tutta la sua famiglia andava a fare visita "a zita" (alla fidanzata) portando dei regali. U zitu portava "a nguantera" che consisteva in una colomba di biscotti con le uova fatta in casa chiamata "parpatula" contornata da biscotti di varie forme. Un altro membro della famiglia portava "a buttigghia" (la bottiglia), un altro portava un pacco di pasta di ben cinque chili (!) ed infine la cosa più curiosa era il regalo portato dal padre: "na coscia di crastu" (una coscia di agnello) che rigorosamente doveva avere appeso "u baddu" cioè il testicolo (anche questo simbolo di virilità e vita). ...un vecchio macellaio che c'era a Francari, "Mastru Cicciu", ironizzava sul fatto che ne portassero uno solo e non tutti e due.

Fonti: Esperienza Personale, Tindaro Buzzanca
Immagine: Caravaggio, "L'incredulità di S.Tommaso"
Foto: Serena
Final remark: vorresti aggiungere qualcosa? Mandaci un commento. 

sabato 11 dicembre 2010

C'era una volta "a putìa di Turi da ghiesa"


E’ stato, forse, uno sbadiglio del tempo. Ché se non si era lì a guardare, in quel breve lasso, neppure lo si notava. E anche dopo esserci stato, è passato quasi inosservato. In breve, dimenticato.


Avere all’incirca 25 anni nel 2010 significa essere nati giusto in tempo per vedere il finire del nostro “mezzo secolo breve”. Sembra se ne sia andato quatto quatto come chi capisce che, a un certo punto, può anche andare via ché nessuno se ne accorge. Quando iniziò e quando finì, questo mezzo secolo breve, di preciso ancora non sappiamo dirlo, dovremmo studiarci un po’ sopra e recuperare informazioni più precise, ma grosso modo, ad occhio e croce, diciamo che va dal dopoguerra alla seconda metà degli anni ottanta. Accadeva, in quel lasso di tempo, che le nostre campagne si scoprivano ad ospitare scuole, asili, campi sportivi, botteghe, macellerie e piccole attività di vario tipo. C’era chi si prodigava a portare “comodità”, o nuovi segni della “civiltà” lì dove prima c’erano solo terre da conquistare a pietre, rovi, cardi e lucertole e nascevano, ad esempio, le scuole di Francari, S.Francesco, S.Ignazio, Casale ormai abbandonate, diroccate, o affidate ad associazioni culturali e/o ricreative. Nascevano i campi da calcio di S.Ignazio e quello, sconosciuto a molti, “da Rinedda”. Nascevano botteghe, meglio note come “putìe”, alcune ancora aperte.


C’è ancora chi ricorda una bottega chiusa ormai da una ventina d’anni: sorgeva accanto alla chiesa di Francari ed è ancora nota a tutti come “a putìa di Turi da ghiesa”. Ci andavamo, bambini, nei pomeriggi d’Estate a prendere il gelato (in alternativa, all’epoca, passava ancora il gelataio a Francari!). Come che era ci si andava e ci si incontrava con gli altri ragazzi del vicinato e si finiva per giocare a biliardo, a nascondino o ad inventarsi pugnali e pistole di banditi e pirati con un legno ed un coltello. In tempi ancora più lontani a putìa di Turi ghiesa era per i nostri nonni il luogo d’incontro di tutta Francari e Maddalena. Ci si andava soprattutto la Domenica in un’epoca in cui la Domenica era giorno di riposo. Raccontano ancora che il Sabato sera si prendeva l’acqua alla sorgente perché la Domenica non si faceva neppure quello. E s’andava, così, alla putìa, dove, al cospetto del Castelluccio, si giocava a carte e tra briscole, scope e tresette, si beveva vino e si raccontavano storie di cacciatori, storie di offese e di vendette, di briganti e di vendemmie.
Fu così che una Domenica pomeriggio dei giorni nostri “Turi da ghiesa” ci raccontò la sua storia della sua “putia”:

Turi da ghiesa la signora Maria
Ho aperto la bottega nel 1962. Prima facevo il potatore e mi è anche capitato di lavorare fuori dalla provincia di Messina. Ho cambiato lavoro per non allontanarmi più dalla mia famiglia e dalla mia casa. 
La mia bottega era situata a Francari, vicino alla chiesa dove io e la mia famiglia abitavamo. Non aveva un’insegna e, per identificarla, le persone facevano riferimento a me che ne ero il proprietario. Tutti mi chiamavano Turi da Ghiesa e quindi questa bottega la chiamavano tutti "a putia di Turi da Ghiesa".
Vendevo generi alimentari di prima necessità (pane, pasta, zucchero, farina, fagioli,…), pochi generi alimentari secondari (birra e bibite, gelati) e foraggio (coniglia, fave, granturco, orzo. . .). Avevo una clientela abituale che veniva dalle contrade vicino come Casale, Maddalena, S. Francesco. . . ma c’erano anche clienti che venivano da Montagna Reale, Bonavita. In tempi di politica, però, molti non venivano ad acquistare nella mia bottega a causa degli orientamenti politici che loro appoggiavano e che erano opposti al mio.

A quel tempo non c’erano i fornitori e i rappresentanti di adesso e dunque ero io a procurarmi la merce. Per la maggior parte, mi fornivo dalle botteghe di Gioiosa (soprattutto da Spanò, attuale Sigma) e portavo sacchi di farina da 50 kili sulle spalle e a piedi; altrimenti partivo con il mio camion e andavo fuori paese (Messina, Catania).

La bottega era gestita da me e da mia moglie e al bisogno, e soprattutto quando ero fuori per rifornirmi di merce, dai miei figli. L’orario di apertura era di solito dalle 7.30 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 21.00, ma questi orari difficilmente venivano rispettati perché spesso i clienti venivano nell’orario di chiusura anche per un pacchetto di sale.

Alcune caratteristiche dei prodotti di 40 anni fa: per esempio, la pasta non era confenzionata e porzionata nei sacchetti di un kilo o mezzo kilo ma si vendeva sfusa. Si teneva in dei contenitori o sacchi, si prendeva con la “sarsola” e si pesava in base alle richieste del cliente. Lo stesso avveniva con i legumi. Per quanto riguarda le bottiglie delle bibite erano soprattutto di vetro, pochissime di plastica. Inoltre, quando il cliente acquistava una bevanda pagava la bevanda e una minima somma per il vetro perché le bottiglie vuote dovevano essere restituite alla bottega: in questo modo, al cliente che riportava le bottiglie restituivo quei soldi pagati anticipatamente, in caso contrario essi rimanevano a me e non li rimettevo di tasca mia (anche se mi è successo una paio di volte). Su alcuni tappi della birra Prinz Bravo, poi, i produttori avevano messo una stella gialla; il cliente che la trovava aveva diritto a 10.000 lire e una confezione di birra gratis.

Ovviamente, così come oggi, anche allora c’erano clienti che acquistavano senza pagare al momento dell’acquisto. Per questi clienti avevo una serie di pizzini sui quali annotavo i miei crediti che immettevo in un pezzo di ferro filato fissato verticalmente a una base. In questo modo mi veniva facile stralciare l’appunto quando il mio debitore si presentava per saldare il suo debito.

Di solito i prezzi erano di base e costanti. Non facevo sconti perché sopportavo maggiori costi di trasporto delle altre botteghe in quanto ero io stesso a procurare la merce. A posto degli sconti, organizzavo degli incontri di gioco a carte ( briscola, scopa e tressette) e di biliardo e al vincitore davo qualcosa come premio. La mia bottega era anche una specie di bar, di ritrovo, di “circolo”: vendevo gelati e bibite e avevo lo spazio e i tavoli dove poter giocare.

Ho chiuso la bottega nel 1989 perché le altre botteghe, col tempo, si sono trasformate in supermercati e ciò comportava un calo nella mia attività. I prodotti che vendevo erano di meno rispetto a quelli venduti nei supermercati ed inoltre questi ultimi non avevano a carico i miei stessi costi di trasporto; la merce aveva una scadenza e io non riuscivo a venderla entro un certo periodo di tempo. Devo dire che questo mestiere era abbastanza redditizio ma con lo sviluppo dei supermercati i miei costi divennero superiori ai profitti e dunque continuare a mantenere la bottega aperta divenne poco redditizio.

Io e mia moglie siamo partiti da zero; non sapevamo niente di come si facesse il bottegaio, così, all’inizio, ho imparato qualcosa da un libricino, il "Libro Dei Conti Fatti", che avevo comprato alla tipografia Panta di Patti ed è stato grazie ad esso, il tempo, l’esperienza e un pizzico di fortuna, che diventai Turi da ghiesa u putiaru.