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venerdì 7 settembre 2012

I luminari du Tinnaru

Pareva ca mu'nzunnava, ma era veru, quannu di sira taliava 'du focu e 'di vampati, ranni sapiddu quantu! E m'sinteva na spufidda puru iò, ca pareva ca girava 'ntaddi ligna, 'ntaddu fummu e 'di vampati e poi 'nta l'ariu scumpareva commu na stidda. Ddu jorna giriaumu p'circari fraschi, ginestri, sarmenti, luppinu…chiddu chi c'era, va! Poi, doppu tanto, a sira s'addummaunu i luminari, raanni!, sapiddu quantu e niatri, carusi, c'aggiraumu 'nturnu e ci ittaumu rammi, ligna e fogghi. Trippaumu. 'Nto scuru attornu o focu m'pareunu, i cristiani, comm'i diavuli cu 'da luci ca ballava e a facci russa e poi scumpareunu 'nto fummu e 'nta notti niura e poi nisceunu di nautra banna. Iò "i cosi tinti", comm'i chiammaunu tannu, mi figurava accussì. Dda sira, avanz'o Tinnaru, u sett'i Settembri, tutti 'dummaunu luminari 'nte muntagni attornu e 'nto ciummu pi ghiri iusu. Chi pareunu! Pari ca nan tu sacciu diri! Chisti eruni i luminari. I faceumu a notti prima di festi, prima di Menz'Austu, a notti i Natali o pi Sant'Ignaziu o cacchi iatru santu. 

luminarie
Io tannu era carusu e u jornu cugghieva alivi, pasceva a pecura e jeva 'nta l'ortu e tanti cosi ne sapeva. Ora ca sugnu vecchiu, quannu pari ca sapiri nan m'servi 'chiù a nenti, sacciu ca i luminari su n'usanza antica assai. Puru me nonnu e u nonnu di me nonnu si ricurdaunu. Ora sacciu ca na vota, a trova quannu, nan s'faceunu pi santi, ma pi l'ortu, pa campagna, pa terra. Poi pianu pianu, vor diri, i cosi cancianu. Ma u sa comm'è, a genti i cosi si scorda d'un annu a l'autru e a picca a picca puru chiddu ca pari c'o sanu tutti finisci ca non su ricorda chiù nuddu e nuddu dumanna e nuddu scrivi e quannu u tempu passa s'porta tutt'cosi.

Di luminar' tantu iatru non sacciu, però sacciu ca restunu cosi 'mmucciati 'nto cori ca t'innaccorgi quannu nesci 'nto scoru, di notti, cu friscu, e vidi na lucitta, un pocu russa, luntana luntana e senti u ciauru du fummu e ti pari ca turnasti a tannu quann'eri carusu, ca i campagni sutt'e stiddi s'addummanu e tutti nesciunu e pari che senti a chiddi, carusi to paraggi, chi ti chiammanu pi ghiri a trippari…ma l'anni passanu e chistu è chi resta d' luminari. Na spufidda 'nto scuru.      
                                                                                  Anonimo Siciliano

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Le luminarie per il Tindari

Pareva un sogno, ma sogno non era, quando di sera guardavo quel fuoco e le vampate, grandi, grandissime! E mi sentivo una favilla anch'io, presa nel vortice tra la legna, nel fumo e le vampate e poi in aria sparivo come una stella. Per due giorni andavamo in giro a cercare frasche, ginestre, sarmenti, stoppie di luppolo…quello che si trovava, insomma! Poi, infine, la sera accendevamo i falò, grandissimi!, e noi, bambini, vi giravamo attorno buttandovi rami, legna e foglie. Giocavamo. Nel buio attorno al fuoco mi sembrava, la gente, come i diavoli nella luce che danzava e la faccia rossa e sparivano nel fumo e nella notte scura e poi riapparivano altrove. Io le cose cattive, come le chiamavano allora, gli spiriti maligni, me l'immaginavo così. Quella sera, prima del Tindari, il sette Settembre, tutti accendevano i falò sulle colline circonstanti e lungo il torrente e ancora più in giù. Che parevano! Non riesco a dirtelo! Questi erano i falò, le luminarie. Le facevamo la notte prima delle feste, prima di Ferragosto, la notte di Natale o per Sant'Ignazio o per qualche altro santo.

Io allora ero bambino e di giorno raccoglievo olive, pascolavo la pecora e andavo nell'orto e non sapevo molto. Ora che sono vecchio, quando sembra che sapere non mi serva più a nulla, so che l'usanza di accendere questi falò è molto antica. Anche mio nonno e il nonno di mio nonno li ricordavano. Ora so che un tempo, molto addietro, non si accendevano per i santi, ma per l'orto, la campagna e per la terra (era un'usanza pagana). Poi, pian piano, evidentemente, le cose cambiarono. Ma sai com'è, la gente dimentica da un anno all'altro e a poco a poco anche quello che sembra noto a tutti finisce per essere dimenticato e nessuno chiede, nessuno scrive, e quando il tempo passa porta via tutto.

Dei falò non so molto altro, eppure so che restano cose nascoste nel cuore che poi ritrovi quando esci nel buio, di notte, nell'aria fresca, e vedi una piccola luce, rossa, lontana lontana e senti l'odore del fumo e ti pare d'essere tornato a quand'eri bambino, quando la campagna, sotto le stelle, s'accendeva e tutti uscivano e ti pare di sentirli, i tuoi amici, che ti chiamano per giocare…ma gli anni sono passati e solo questo resta delle luminarie. Una favilla nel buio.
                                                                               Anonimo Siciliano

domenica 11 dicembre 2011

Sicomores, ovvero, i Fichi

"...Pedes de sicomores...li più grandi e li più meglio" era un tipico lascito testamentario nella Gioiosa del 1600. "Pedes de sicomores" erano i meglio noti "ped'i fica" (piante di fico) ancora molto diffusi nelle nostre colline. Nel 1608 "tre pedes", presumibilmente di taglia medio-grande, erano valutati, a Giojosa Guardia, 3 onze. Difficile comparare il potere di acquisto di un'onza con l'odierno euro. Una stima indica circa 200 euro.

Circa duecento anni dopo la preziosa pianta è più vivamente dipinta dalle parole del viaggiatore tedesco Carl Grass. Nel 1804 Grass si incammina lungo il torrente Zappardino: "...il 22 Settembre [...] la nostra strada ci portò prima per diverse miglia  nella Fiumara di Gioiosa della quale fino ad allora avevo visto solo la foce [...] sempre più il ruscello scorreva attraverso campi tranquilli [...] ruvuli, una specie di alte quercie, sporgevano i loro rami sulla strada, aranci, fichi, granati, facevano qui da corona ad una casa contadina. Là si vedevano pioppi avvolti da viti [...]. Tutto intorno però il terreno si mostrava quanto mai fertile. Alberi da frutto di ogni specie, soprattutto i fichi fanno qui a gara in grandezza, con gli alberi selvatici. Intorno alle molte capanne sparse solitarie qua e la si notava l'abbondanza delle viti. Volevamo comprare dei fichi; ma poiché non ne avevano di già raccolti, si permise alla nostra guida di salire sugli alberi e di raccoglierne gratuitamente quanti ne desiderasse..."

Ancora nel 1900 i fichi erano frutti dal gran valore. Nel mondo contadino, essenziale e povero di beni materiali, erano considerati una risorsa pregiata, gelosamente custodita. Racconta a 'Za Sarafina che "i fichi erano tenuti in gran considerazione! Ogni famiglia ne essiccava tipicamente una decina di chili, anche più. Alle volte una parte veniva venduta, ma la maggior parte restava in casa ed era custodita con cura affinché durasse nei mesi invernali. Una parte dei fichi, una volta essiccati, veniva aperta, farcita con noci secche e chiusa con uno spiedino. Poi, nei mesi invernali, i fichi secchi, farciti o semplici, venivano offerti agli ospiti, erano dati ai bambini e ai ragazzi...". A sottolineare la prelibatezza attribuita al frutto, e anche la fame piuttosto comune, la Zia Sarafina ricorda l'avventura del giovane Peppino: "A'Za Rosa tineva i fica 'nta na cascia chiusa a chiavi. U 'Zu Pippinu, carusu, nenti fici? Sbucò a cascia di sutta, unni non si videva, e quannu vuleva si ieva a pigghiava. Quannu a 'Za a Rosa iapriu a cascia pi pigghiari i fica, a cascia pareva ghina, ma appena i tuccò sinni calanu pirchi di sutta era vacanti. I fica avevunu 'llistutu!" ("La Zia Rosa custodiva i fichi in una cassapanca chiusa a chiave. Lo Zio Peppino, bambino, niente fece? Bucò la cassa dal basso e quando voleva prendeva i fichi. Quando la Zia Rosa aprì la cassa per prendere i fichi la cassa sembrava piena, ma appena toccò i frutti questi sprofondarono perché sotto non c'era più nulla. I fichi erano praticamente finiti!").

Oggi, nel terzo millennio delle nostre campagne, i fichi sono ancora comuni e, come duecento anni or sono, "fanno a gara, in grandezza con gli alberi selvatici". Ora meno apprezzati d'un tempo non troppo lontano (c'è meno fame, suggerisce qualcuno), ma, come in passato, come avvenuto per centinaia d'anni, i contadini inveiscono contro gazze, colombacci e merli che, a ragion veduta, glieli rubano al mattino presto, o nei pomeriggi assolati. Pare, purtroppo, che i frutti non siano più "quelli di una volta": spesso non se ne trovano buoni da seccare e cadono marci o malati prima di poter essere raccolti. 
Nonostante tutto, nelle serate natalizie, tra patatine e dolcetti dai colori sgargianti, spiccano ancora in un cesto di viria i fichi secchi (magari con la noce dentro).

Approfondimenti: 
  1. Pomona Italiana
Fonti:
  1. Gioiosa Marea, Dal Monte di Guardia a Ciappe di Tono e San Giorgio, Marcello Mollica, Armando Siciliano Editore.
  2. L'Altra Sicilia
  3. 'Za Sarafina, racconti di una Domenica pomeriggio.
Foto: Giusy

mercoledì 5 ottobre 2011

Il vino: dal vigneto alla tavola

vigneto
Da secoli il vino è una bevanda che accompagna il cibo e vivacizza i commensali con il suo sapore. Così, ancora oggi, durante il periodo della vendemmia assistiamo ad un ripopolamento delle campagne.

“Vigna Tigna!” (chi ha la vigna ha la tigna) è uno dei proverbi che i nostri nonni ricordano e si riferisce al fatto che la cura della vigna richiede tempo e fatica. Così, in questi giorni d’Autunno, ci raccontano come curare la vigna arrivando alla fase della vendemmia per poi portare in tavola una buona bottiglia di vino:

"Il vigneto necessita tante, tantissime attenzioni e operazioni che si ripetono di anno in anno: già dopo la vendemmia - dicono gli anziani - bisognerebbe “scuasare” la vigna, cioè fare una conca attorno alla pianta; in questo modo le foglie secche cadranno all’interno di essa e, con le piogge invernali, fertilizzeranno il terreno assicurando una concimazione naturale del terreno.
Passate le festività natalizie, tra una giocata a carte, una tombola e grandi mangiate con parenti e amici, verso Febbraio, ci si reca nei vigneti per tagliare i sarmenti, togliere quindi gran parte dei vecchi rami, lasciando il tronco della pianta con solo quelle poche ramificazioni che sembrano più adatte a portare dei frutti. Ovviamente bisogna stare attenti a ciò che si fa perchè questa è un’operazione delicata e importante ai fini produttivi. Richiede anni di esperienza!
Poi, tra la fine di Marzo e gli inizi di Aprile, bisogna sistemare i paletti, uno per ogni vite, e legarvi i rami ancora spogli. Questo lavoro permette di passare tra le piante con il motozappa o il cingolato per zappare il terreno, girando attorno alle piante senza danneggiarle ed eliminando le erbacce infestanti.
Con il passare delle settimane crescono foglie e i nuovi sarmenti. Allora ci si reca ancora una volta nel vigneto per legare al paletto questi giovani rami e cospargere omogeneamente la vite di zolfo per evitare il proliferare di malattie e parassiti.
Finalmente, nei mesi estivi, ci accorgiamo del disacerbarsi degli acini dell’uva e aspettiamo fin quando siano giunti a una completa maturazione. Se il tempo si mantiene caldo e bello, arriva così, tra il mese di Settembre e il mese di Ottobre, la vendemmia!

uva in cassette di plastica
L’uva viene raccolta, per il trasporto, in cassette di plastica che non la danneggino, evitando schiacciature che porterebbero all'inizio di fermentazioni; viene portata al palmento per essere spremuta e compressa col torchio. Il succo che si ricava, detto mosto, è parzialmente utilizzato per la preparazione di un dolce contadino, la mostarda, mentre la maggior parte rimane nelle botti a fermentare fino all’11 Novembre, giorno dedicato ai festeggiamenti di San Martino e tradizionalmente considerato come momento di degustazione del vino nuovo che troveremo, poi, sulle nostre tavole!"



domenica 15 maggio 2011

"A Paparina", ovvero "Il Papavero"

Aneddoti e dati di un fiori dei nostri campi

In questi giorni di Maggio, quando la Terra sembra ricordarsi il significato della parola "Vita", le nostre campagne si rivestono di verde, fiori ne adornano le scoscese colline e animali d'ogni sorta s'adoperano a mandare avanti la vita. E così riscopriamo il piacere di osservare le piccole cose che circondano le nostre case: fiori di campo, uccelli, insetti nel loro tripudio di colori e danze.

 "A paparina", come la chiamano dalle nostre parti, o "il papavero", in italiano corrente, lo si trova, in questi giorni di Maggio, negli orti e in aperta campagna. Ne esistono un centinaio di specie sparsi nel mondo (Eurasia, Africa, Nord America), caratterizzati da colori diversi (rosso, arancio, rosa, viola, giallo,...), diverse foglie e diversi "frutti".

Il papavero, questo fiore che troviamo nei campi, ai bordi delle strade, dipinto in memorabili quadri, si porta dietro una lunga, lunghissima storia: ad esempio, già nel 5000 A.C. era coltivato in Mesopotamia a scopi ornamentali; nella mitologia greca era associato a Demetra, dea della fertilità e dell'agricoltura; è stato trovato in antiche tombe egiziane; nei secoli è stato ampiamente usato come droga (oppio) e a scopi culinari e tanto altro ancora. Quindi, guardiamolo con più rispetto!

In attesa di una più precisa classificazione (help!) ecco alcuni dei "nostri" esemplari:

Papaver Setigerum (Papavero Setoloso)
Quello in cui ci siamo imbattuti sembra essere un esemplare di Papaver Setigerum, o Papavero Setoloso, comune lungo le coste occidentali dell'Italia, in Sicilia e in Sardegna. E' caratterizzato da lobi fogliari acuti e terminanti con una breve setola.

Un esemplare Papaver Setigerum
(o Papavero Setoloso)
Il fiore.

Papaver Setigerum
Foglie e boccioli. 


Papaver -non sappiamo cosa-
In attesa di ulteriori dettagli ecco le foto di un altro papavero comune nella nostra zona. Notare le differenze nei petali e le foglie.



Da notare il diverso tipo di foglie e gambo.
Aneddoti
Il papavero, si sa, costituisce la base dell'oppio. Citando Wikipedia: "L'oppio è uno stupefacente ottenuto incidendo le capsule immature del Papaver somniferum e raccogliendone il lattice che trasuda, che poi viene lasciato rapprendere all'aria in una resina scura che viene impastata in pani di colore bruno, che emanano un odore dolciastro e hanno un sapore amaro". Non fate pensieri strani, il Papaver somniferum non ce l'abbiamo eppure...
Correva l'anno 1914, la prima guerra mondiale chiamava al fronte i giovani italiani e qualcuno, cercando di evitarla, si imbarcava, da clandestino, sulle navi in partenza per l'America sperando, al contampo, di  trovare fortuna al di la del mare. Fu cosi' che due contadini di Francari (contrada del Gioiosano, per i lettori d'oltralpe) si imbarcarono, da clandestini, con l'intento di raggiungere gli Stati Uniti. Come che fu, la nave in America non giunse mai perché diretta in Cina. I viaggiatori, clandestini, non poterono certo lamentarsi dell'errore col Capitano e fu così che in Cina scesero e vi rimasero. Dopo tre anni uno dei due tornò nell'amata Sicilia, o meglio, nell'amata Francari, più precisamente verso il Serro (altra nota zona del Gioiosano, sempre per i lettori...) e lì trascorse gli ultimi anni della sua vita. Ne porto' ricchezze dall'Oriente? Di sicuro torno' con lunghi baffi intrecciati, un servizio di posate cinesi, un narghile' e semi di un papavero bianco. Per lunghi anni lo si trovava, il vecchio contadino, adagiato in una "rutta" (un abbozzo di grotta), a fumare l'oppio che lui stesso produceva dai papaveri del Serro.


Che fine hanno fatto i papaveri bianchi del Serro? Qualcuno dice che fino a vent'anni fa crescevano ancora lì dove lui era solito seminarli.     
(Anonimo)

Fonti ed Ulteriori Informazioni:
Natura Mediterraneo
http://it.wikipedia.org/wiki/Papaver
http://en.wikipedia.org/wiki/Papaver
Tindaro Buzzanca
Anonimo

Foto: Giusy, Tindaro Buzzanca

domenica 24 aprile 2011

Pasqua, tradizioni di campagna

La Pasqua, principale festività del cristianesimo, celebra la risurrezione di Cristo. Pasqua è quindi la festività del ritorno alla vita. Per questo motivo i simboli pasquali sono simboli di nascita, di vita nuova (l'uovo ne è un esempio).

Quali sono i simboli della Pasqua nella tradizione contadina gioiosana? Ancora molto diffusa è "a cuddura/vastedda cu l'ova", ovvero una grossa ciambella o pagnotta tipicamente contenente dalle due alle quattro uova cotte contemporaneamente col pane.
"A cuddura cu l'ova", in verità, veniva preparata anche in periodi lontani dalla Pasqua perché si prestava ad essere trasportata dal contadino durante la giornata lavorativa, ma è comunque considerata tipica del periodo Pasquale (per esperienza personale, "a cuddura cu l'ova" si presta ad essere trasportata pure dallo studente universitario che, tornando a casa la sera, in due minuti mette assieme sale, olio, limone e uova, il pane c'è...e la cena è pronta).

Frugando nel passando troviamo anche una tradizione ormai estinta ma in uso, tra fidanzati, fino agli anni cinquanta. Il Sabato, vigilia di Pasqua, "u zitu" (il fidanzato) con tutta la sua famiglia andava a fare visita "a zita" (alla fidanzata) portando dei regali. U zitu portava "a nguantera" che consisteva in una colomba di biscotti con le uova fatta in casa chiamata "parpatula" contornata da biscotti di varie forme. Un altro membro della famiglia portava "a buttigghia" (la bottiglia), un altro portava un pacco di pasta di ben cinque chili (!) ed infine la cosa più curiosa era il regalo portato dal padre: "na coscia di crastu" (una coscia di agnello) che rigorosamente doveva avere appeso "u baddu" cioè il testicolo (anche questo simbolo di virilità e vita). ...un vecchio macellaio che c'era a Francari, "Mastru Cicciu", ironizzava sul fatto che ne portassero uno solo e non tutti e due.

Fonti: Esperienza Personale, Tindaro Buzzanca
Immagine: Caravaggio, "L'incredulità di S.Tommaso"
Foto: Serena
Final remark: vorresti aggiungere qualcosa? Mandaci un commento. 

domenica 13 dicembre 2009

S.ta Lucia, storia, credenze e cuccìa

“Gioiosa (Marea) e dintorni” vuol dire “Gioiosa (Marea), Le contrade”. Ogni contrada, dalle nostre parti, porta il nome di un santo e il 13 Dicembre si festeggia S.ta Lucia. Salendo lungo il torrente Zappardino la si vede, la contrada di S.ta Lucia, incastonata nel fianco scosceso d’una collina con la sua chiesetta, piccola e di campagna. Il 13 Dicembre è in festa celebrando la santa e offrendo la cuccìa, il pasto dei poveri.

Ci siamo posti qualche domanda, noi che in fondo in fondo (ma anche in superficie), di S.ta Lucia e della cuccìa sappiamo ben poco.

Chi era S.ta Lucia e perché é considerata protettrice degli occhi? Santa Lucia era una giovane siracusana che, morto il padre, viveva sola con la madre. Dopo qualche anno la madre contrasse una grave malattia del sangue e, assieme alla figlia, si recò in pellegrinaggio al sepolcro di Sant’Agata, a Catania, per chiedere grazia.  La santa apparve in sogno a Lucia e questa fece voto di castità decidendo di consacrarsi a Cristo. Tornata a Siracusa la madre guarì e Lucia, avendo fatto voto di castità, rinunciò al matrimonio precedentemente arrangiato con un pagano. Venuto a conoscenza del rifiuto, il fidanzato la denunciò come cristiana (all'epoca, il 300 circa, i cristiani venivano perseguiti). Lucia fu giustiziata il 13 Dicembre 304 dal console di Siracusa. In merito allo svolgersi dei fatti esistono diverse versioni. Secondo una di queste, il console di Siracusa le conficcò un pugnale nella gola strappandole gli occhi durante la tortura, e per questo motivo Santa Lucia è considerata protettrice della vista ed è raffigurata con in mano una tazza con dentro due occhi

Secondo una credenza popolare, dal giorno di Santa Lucia sino all'Epifania (6 Gennaio) si calcola il meteo dell'anno venturo. Come? 
Le condizioni meteo del 13 Dicembre rappresentano il meteo della seconda metà del mese corrente (Dicembre, e si dice "Santa Lucia u misi ca è", ovvero "Santa Lucia, il mese corrente"), le condizioni del 14 rappresentano la prima metà di Gennaio dell'anno a venire, il 15 la prima metà di Febbraio... e così via sino al 25 che corrisponde alla prima metà del Dicembre successivo. Dal 26 Dicembre il processo si inverte, ovvero il meteo di quel giorno rappresenta la seconda metà di Dicembre dell’anno a venire, il 27 la seconda metà di Novembre e così via... Infine il 6 Gennaio rappresenta la seconda metà del mese di Gennaio (e si dice "A Pifania u misi ca è").


Per Santa Lucia è tradizione cucinare la "cuccìa". La sera del 13 Dicembre, nei locali dell’omonima chiesa, dentro pentole e pentoloni ne prepareranno un gozzilione. Ma cos’è questa cuccia? 
Il nome "cuccìa" deriva da "chicco" di grano tenero. Anticamente la pietanza era preparata con 13 alimenti: piselli, fave, ceci, lenticchie, cicerchia, lupini, grano duro, mais, patate, cipolla, orzo e 2 tipi di fagioli. Alimenti facili da trovare, per questo era anche nota come "il pasto dei poveri".
 Questa tradizione è molto sentita soprattutto dai palermitani (che di cuccia ne hanno un altro tipo, dolce).

Come preparare la cuccìa (di Paleimmo)

. Ingredienti:
 1 Kg di grano tenero,
700 gr di ricotta fresca,
 300 gr di zucchero,
 zuccata a piacere a pezzi, 
200 gr di cioccolato fondente a pezzi, 
1 pizzico di sale, 
1 pizzico di vaniglia, 
1 pizzico di cannella,
 ciliegie candite.
 
Mettere in acqua il grano 3 giorni prima cambiando l'acqua ogni giorno; cuocere il grano con un pizzico di sale per circa 3 ore e mezzo, scolatelo e fatelo raffreddare. Intanto in una ciotola mescolate la ricotta con lo zucchero, cannella e un pizzico di vaniglia. Unite alla ricotta il grano, aggiungete infine cioccolato e zuccata. Mescolate e guarnite con ciliegie candite. Da tenere in frigo.


INNO A S. LUCIA VERGINE E MARTIRE


Salve o martire di Cristo
Salve o martire Lucia
Salve il nostro canto sia
Salve inneggian i nostri cuor.

Tu degli occhi sei custode
e celeste protettrice
Tu del mondo trionfatrice
d'ogni male e d'ogni error.

Le lusinghe della vita
Tu vagliasti dure pene
e cercasti un solo bene
il Divino Redentor.

Alla mamma che giuliva
ti offriva amor profano
rispondesti, no è vano
sono sposa di Gesù.

A Pascasio che vendetta
Ti giurò per il tuo ardire
gli dicesti il morire
mi è gioia e libertà.

Quando il barbaro coltello
Ti ferì, gridan vittoria
Tu invece nella gloria
coronasti il tuo patir.

Or che Diva in ciel Tassidi
io ti prego e Tu conceda
Deh! fa che io veda
quel che fece Dio quaggù.

Queste lodi un cuor devoto
ai tuoi piedi Ti umilia
dicendo di Sicilia
Lucia, vanto e onor.